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A Novara si discute l’istanza di insolvenza, l’azienda non paga gli stipendi da mesi:
Settemila lavoratori mobilitati anche per il vertice di martedì a Palazzo Chigi. Il sindacato: “La prima cosa è togliere la gestione dalle mani del gruppo Omega”.

Leggi il resto dell’articolo di Salvatore Mannironi : http://www.repubblica.it/economia/2010/02/19/news/phonemedia_l_ora_della_verit-2363225/

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Per la Procura la Libeccio e’ insolvente.

(ANSA) – MILANO, 16 FEB – Il pm di Milano ha chiesto al tribunale il fallimento della Libeccio, la holding che controlla il gruppo Omega. Nella societa’ romana nei mesi scorsi sono confluite le attivita’ di information technology e i call center ceduti da Eutelia ad Agile, nonche’ un consorzio di 16 aziende raggiungendo 8.200 dipendenti. Secondo la procura, la Libeccio, controllata da 2 fondi inglesi definiti scatole vuote, e’ insolvente. I lavoratori sono da mesi senza stipendi.
Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/lombardia/2010/02/16/visualizza_new.html_1704419087.html

MILANO – Sette mila lavoratori, da Catanzaro a Novara, senza stipendio da quattro mesi. Sono gli operatori di Phonemedia, azienda fondata nel 2002 da Fabrizio Cazzago e diventata nel giro di pochi anni un colosso nel settore dei call center, almeno così sembrava: clienti come Telecom, Enel, Vodafone, Avon, Seat ma anche Regioni, Asl e Comuni. Tutto pare andare per il meglio, tanto che l’azienda arriva ad aprire succursali fino in Argentina e in Albania; ma a fine 2008, complice la crisi economica, qualcosa cambia: gli stipendi iniziano a essere pagati in due tranche, Cazzago si sfila e a luglio 2009 cede Phonemedia nelle mani di Omega Spa, già nota per altre acquisizioni come quella di Agile, finita con un migliaio di licenziamenti.

LA PROTESTA - Non basta: i lavoratori denunciano ritardi nel pagamento dei contributi, il mancato versamento del Tfr e, da settembre 2009, cominciano a non ricevere più un euro. Il lavoro c’è, le commesse non mancano, eppure nessuno li paga e allora inizia la protesta: i dipendenti occupano con le brande le sedi di lavoro. A Novara l’occupazione dura ormai da più di due mesi. Per gli operatori niente mobilità e, finora, niente cassa integrazione nonostante – notizia delle ultime ore – Omega, dopo la richiesta di insolvenza avanzata dai sindacati, abbia dato la propria disponibilità a discutere la cig a livello regionale: un ‘ipotesi che allarma ancora di più i lavoratori, perché avvicinerebbe una possibile istanza di fallimento.

Autore:  G. Alari e G. Gaetano

Fonte: http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_05/rcd-phonemedia-senza-stpendio_a795e1d2-1243-11df-b50d-00144f02aabe.shtml

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Phonemedia e Omnia Network chiudono i battenti e lasciano allo sbaraglio 10 mila dipendenti, ma non sono le uniche realtà colpite – Dietro si nasconde una galassia di piccole aziende in crisi: circa cinquanta marchi per un totale di 50 mila lavoratori – Il più grande fa 180 milioni di euro di fatturato, poi ce ne sono due da 50 milioni e così via fino a quelli più piccoli destinati a scomparire.

Se per l’esercito dei cerca-lavoro rappresentavano finora uno dei pochi appigli rimasti contro la disoccupazione, adesso anche i call center risentono della crisi.

Si chiamano Phonemedia e Omnia Network, chiudono i battenti e lasciano allo sbaraglio 10 mila dipendenti.  I lavoratori da mesi non ricevono la busta paga, sono in bilico e non hanno nemmeno la possibilità di licenziarsi. Le sedi sono rimaste vuote, sgomberate per sfratto e così a Trino Vercellese, Novara, Ivrea, Palermo, Catanzaro, Bari, Napoli, Milano, Cagliari crolla anche il mito del lavoro malpagato ma vero.

Nonostante i tentativi di rianimarli, nonostante le manifestazioni, le proteste e le vertenze in corso in tutta la penisola i call center collassano.

«Siamo arrivati a un punto di non ritorno per i call center», dice Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil. «O si punta a trasformarlo davvero in un’industria, oppure si precipita nell’abisso».

Phonemedia e Omnia Network però non sono le uniche realtà colpite. Dietro di loro si nasconde una galassia di piccole aziende in crisi: circa cinquanta marchi per un totale di 50 mila lavoratori. Il più grande fa 180 milioni di euro di fatturato, poi ce ne sono due da 50 milioni e così via fino a quelli più piccoli destinati a scomparire.

«Cooperative non riconosciute, sottoscala dove si continua a sottopagare gli operatori, se va bene con contratti a progetto. Ma in alcuni casi non li pagano proprio. Anzi, addirittura li derubano: non versano i contributi all’Inps, non effettuano i versamenti per l’assistenza sanitaria, s’impossessano del quinto dello stipendio» dice Renato Rabellino, segretario di Slc-Cgil Piemonte.

«Abbiamo tre ordini di problemi da risolvere» dice ancora Miceli. «C’è quello dei riders, gli imprenditori che si sono gettati nel business in tempi più floridi, mettendo su call center per guadagnare in tempi brevi e a scopi speculativi. Non hanno puntato sulla qualità, e al momento della contrazione del mercato sono saltati. Non prima di aver rastrellato tutto il denaro possibile ed essersi lasciati dietro le spalle migliaia di posti di lavoro in dissoluzione».

«Cala la domanda, calano gli ordini, cala il valore delle commesse. Su questo fronte è meno peggio che in altri comparti, perché l’italiano non è parlato ovunque, ed è ancora un valore aggiunto» spiega Miceli. «Sì, però anche i gruppi italiani, come ad esempio Telecom, dovrebbero rifiutarsi di veder finire i call center in Tunisia», denuncia Rabellino.

I sindacati si sono mossi: per Phonemedia  hanno presentato istanza d’insolvenza al tribunale di Novara, e richiesta di commissariamento. Per Omnia Network alcuni creditori hanno avanzato istanza di fallimento. Le due aziende hanno richiesto la cassa integrazione, ma i gruppi a tutela dei lavoratori si oppongono.

Altro problema che fa tremare i call center sono i contratti: vietati quelli a progetto nel 2006 con la legge Damiano e trasformati in indeterminati, poi sono arrivati gli incentivi statali per le aziende e così si sono moltiplicati i call center in tutta Italia, specialmente nel meridione.  «Ci sono città che sono bombe sociali pronte a scoppiare. E non solo nel Sud. A Ivrea, ad esempio, che rischia di diventare una Sheffield» avverte Miceli.

I sindacati, intanto, dopo aver stabilizzato 25 mila posizioni, ora vogliono un confronto con il governo per i call center a rischio crac. Il 12 e il 22 febbraio prossimi ci sono due riunioni in agenda al ministero per lo Sviluppo economico perché anche gli incentivi sono in scadenza.

Fonte: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/chiudono-le-fabbriche-del-lavoro-grigio-il-call-center-non-squilla-piu-236846/

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Negli ultimi giorni si è finalmente sentito parlare del caso Phonemedia, caso che interessa circa 7mila lavoratori, di cui 5.200 su territorio nazionale. La storia di questa azienda ha inizio nel 2002, quando il geometra Fabrizio Cazzago decide di fondare la Phonetika S.p.a., comincia con circa 300 operatori e dopo due anni, la ormai Phonemedia ha un giro d’affari di svariati milioni, tanto che acquisisce strutture e personale in Argentina.

Nel 2005 l’azienda viene riconosciuta leader italiano nel settore contact center e outbound, l’imprenditore, poi, nel 2006 acquisisce la WCCR S.r.l. determinando, così, un ampliamento sia delle proprie strutture sia delle proprie risorse economiche e umane, proponendo un’offerta di servizi  evoluti e qualificati a molteplici aziende. Nel 2007 e 2008 continua l’ascesa passando per l’acquisizione di Answers S.p.a, Omniacall S.p.a., Televoce S.p.a., nonostante la crisi economica, il gruppo attua politiche conservative, continua l’acquisizione di aziende affini e cosa ancora più eccezionale trasforma molti contratti di tipo collaborativo o precario in contratti a tempo indeterminato per accaparrarsi i fondi regionali POR e i fondi europei di incentivo alle assunzioni.

Phonemedia entra in crisi – nonostante vanti una clientela che abbraccia la maggior parte del panorama industriale italiano: Telecom Italia, Vodafone, Wind alcuni nomi – da dicembre  2008 comincia a pagare gli stipendi in due tranches, il 10 e il 20 di ogni mese, ma i ritardi si fanno sempre più frequenti e preoccupanti, ritardi che si riscontrano anche nel versamento dei contributi previdenziali, del trattamento di fine rapporto e dei fondi esterni. In luglio, Fabrizio Cazzago, nonostante l’assegnazione di un maxi finanziamento, decide di cedere al gruppo Omega S.p.a., amministrato da  Sebastiano Liori, noto per la recente acquisizione di Agile S.p.a, già amministratore unico di quattro società in fallimento e in più coinvolto nel crack Arbatax.

Per i 5.200 lavoratori delle sedi di Bari, Bitritto, Bologna, Catanzaro, Casalecchio di Reno, Monza, Novara, Pistoia, Trapani, Trino Vercellese, Vibo Valentia, e per quelli delle sedi in Argentina, Albania e Romania, tutto ciò significa niente lavoro, niente stipendi, niente cassa integrazione e niente mobilità perché non c’è uno stato di crisi dichiarato. Questa situazione scandalosa si protrae da più di tre mesi, richiamando solo ora l’attenzione pubblica, nonostante lavoratori e sindacati si siano mossi organizzando assemblee permanenti, scioperi, presidi su tutto il territorio nazionale. Si spera che la vicenda mediatica porti ad una soluzione, forse il 17 febbraio ci sarà il commissariamento dell’azienda, in più alcune istituzioni si sono mosse a favore dei lavoratori. La Regione Calabria chiederà per i 2.200 impiegati dei call center di Catanzaro e Vibo Valentia la cassa integrazione, ad interessarsene il Presidente Agazio Loiero, in più, qualora dovessero esserci i presupposti si chiederà alle banche di anticipare i crediti vantati dai lavoratori Phonemedia. Da una nota della Cgil presente negli stabilimenti calabresi si legge “stiamo lavorando per ottenere un incontro con i responsabili dell’azienda al fine di richiedere l’attivazione degli ammortizzatori sociali”.

I lavoratori sono sempre più esasperati da questa situazione, minacciando in alcuni casi gesti violenti, molti dichiarano di aver creduto in quel lavoro e in quell’azienda e si chiedono dove sono finiti i milioni di euro di incentivi europei e statali che la phonemedia ha intascato negli anni scorsi, soprattutto, sarebbe compito dell’autorità giudiziaria far luce sulle attività di un’azienda che ha incamerato grossi profitti ed è ora insolvente.

Fonte: http://www.levanteonline.net/italia/cronaca/831-phonemedia-lo-strano-caso-non-e-in-crisi-ma-non-paga-gli-stipendi.html

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