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Non trasferire il call center. Evitare i turni massacranti. 
Protesta degli operatori Telecom che chiedono chiarezza sul futuro.

«I call center non devono essere delocalizzati. Non accettiamo una politica che possa in futuro prevedere tagli al personale e turni lavorativi massacranti che penalizzano la sfera familiare e personale dei lavoratori. Non siamo delle macchine». Alzano la voce i lavoratori dei call center Telecom,che ieri hanno manifestato davanti a Piazza Prefettura per protestare contro il rischio che l’azienda possa cedere alcuni rami d’attività ad altri Gruppi di telecomunicazione «senza palesare il piano aziendale». Uno sciopero preventivo per dire no all’esternalizzazione dei customer service.
Chiedono chiarezza gli operatori Telecom in merito alle indiscrezioni di questi ultimi giorni che parlano di una possibile fusione tra Telecom e Telefonica, con conseguente cessione delle attività dei call center 119 ,191 e 187, della gestione risorse umane e di alcuni settori dell’assistenza tecnica. «Attendiamo dall’azienda un piano industriale di vero sviluppo che tuteli l’occupazione, lottiamo per il rientro in Italia del lavoro ceduto all’estero e sottopagato e chiediamo la convocazione delle parti sociali». I lavoratori Telecom chiedono l’istituzione di un osservatorio regionale per controllare la serietà di aziende «che chiedono di impegnarsi, in un settore come quello delle telecomunicazioni diventato ormai una giungla di illegalità, senza pianificare una reale occupazione che dia stabilità ai lavoratori. Vogliamo evitare che vengano erogati finanziamenti comunitari ad imprenditori che usano il lavoro degli altri per arricchirsi. Siamo preoccupati – ha affermato il segretario regionale dell’Ugl Telecominicazioni Domenico Provenzano – c’è il serio pericolo che l’azienda venga data a persone che non hanno una forte base economica e la conseguenza sarebbe che tra due, tre anni ci sarebbero altri lavoratori a spasso, in un territorio che non ha bisogno di altri disoccupati».
Sono in allarme i lavoratori Telecom per l’abbandono dal territorio delle più importanti aziende di telecomunicazione. «La Calabria è svuotata della sua forza lavoro e dei suoi contenuti. Abbiamo perso anche la direzione regionale Telecom trasferita a Napoli. L’azienda – ha aggiunto l’Ugl – intende creare tre poli: una al Nord con sede a Milano, un’ altra a Roma e al Sud? Di Calabria nemmeno a parlarne. Basta vedere la vicenda che ha coinvolto i lavoratori Phonemedia dove circa 2500 posti di lavoro rischiano di andare in fumo a causa di “predoni” senza scrupoli che arrivano in Calabria per investire e poi da un giorno all’altro le persone si trovano senza un lavoro. Le storie di aziende come Eutelia e Phonemedia ci insegnano che i grandi competitors usano piccoli e medi call center per abbattere il costo del lavoro e massimizzare i profitti». Al sit-in di protesta erano anche presenti le segretarie provinciali dell’Ugl di Catanzaro, Reggio Calabria, Locri e Cosenza rispettivamente Sandro Sestito e Domenico Mazzei, Livio Cutrupi, Anna Capogreco e Guglielmo Nucci. Il sindacato ha annunciato che nei prossimi giorni ci saranno altre manifestazioni e verrà indetta una conferenza stampa «per evitare che questo territorio venga privato ulteriormente di altri posti di lavoro».
Autore: (ga.pa.)
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CAGLIARI – Sono almeno 30 mila per gli organizzatori (20 mila per la Questura) i partecipanti alla manifestazione unitaria a Cagliari per lo sciopero generale di 24 ore proclamato da Cgil, Cisl e Uil per denunciare la crisi devastante del tessuto economico e produttivo della Sardegna. In testa al corteo, nel quale ci sono molte sciarpe tricolori dei sindaci e quelle azzurre dei presidenti delle Province, uno striscione con lo slogan “lavoro, sviluppo, autogoverno: dalla crisi alle opportunita”. Subito dopo la delegazione di lavoratori dell’Alcoa, e delle altre aziende in stato di crisi di tutte le aree industriali dell’isola. Presenti anche delegazioni delle associazioni, della Chiesa, e di tutti i comparti produttivi. Il corteo, dopo aver attraversato il centro cittadino, si concluderà in piazza Yenne, con gli interventi dei leader sindacali.

I sindacati, le associazioni, la chiesa e gli enti locali sono accanto a lavoratori, disoccupati, pensionati e studenti per chiedere alle istituzioni regionali e al Governo nazionale strumenti e strategie per arginare gli effetti di un mercato in difficoltà che sta portando diverse aziende, soprattutto della grande industria guidata dalle multinazionali straniere, a chiudere gli stabilimenti nell’Isola.

Emblematico il caso dell’Alcoa di Portovesme, dove anche ieri la tensione era alle stelle e i dirigenti aziendali sono stati allontanati dai lavoratori che, appena rientrati da Roma, si preparano a manifestare nuovamente a Cagliari. La multinazionale statunitense chiede garanzie sul costo dell’energia e la copertura del Governo in caso di eventuali sanzioni Ue. L’azienda ha minacciato di mettere in cassa integrazione 450 operai del Sulcis, chiudendo gli impianti, contro il parere negativo dei lavoratori, dei sindacati e dello stesso Governo che, pur lavorando per trovare una soluzione in sede comunitaria, ha intimato: “niente decisioni unilaterali”. “Siamo molto impegnati. Stiamo lavorando e confidiamo di garantire la continuità produttiva”, ha sottolineato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

Ma nella lunga lista delle aziende in crisi – i sindacati ne contano almeno 600 con circa 12 mila addetti che usufruiscono degli ammortizzatori sociali – ci sono tutti i distretti industriali, dalla metallurgia alla chimica di Ottana, per le quali vi sarebbe qualche spiraglio, a quella di Porto Torres, con gli operai ancora in cima alla Torre aragonese in attesa di risposte. Non mancano anche le vertenze degli altri territori e di altre attività produttive: il settore manifatturiero, quello lapideo, l’agroalimentare e l’edilizia. In piazza anche i problemi del pubblico impiego, in primis la scuola, e dei precari di oggi e di domani.

“La situazione è drammatica in tutti i territori, in tutte le fasce d’età e la povertà relativa avanza – hanno spiegato i sindacati – serve una svolta che passi attraverso la verifica degli impegni presi con l’intesa istituzionale di programma, la rivisitazione del piano di rinascita o sviluppo che contenga una strategia industriale, un piano pluriennale per il lavoro e di contrasto alle povertà ed il riconoscimento del gap insulare”. “Lavoro, sviluppo, autogoverno: dalla crisi alle opportunità”, con questo striscione unitario si aprirà il corteo che sarà concluso dai comizi dei sindacalisti.

I lavoratori delle maggiori aree di crisi sono quelli Portovesme (Sulcis-Iglesiente), Ottana (Centro Sardegna) e Porto Torres (Sassari). Non è solo però il comparto industriale, con chimica e servizi, a essere in crisi.

L’Istat ha rilevato nel primo trimestre 2009 un tasso di disoccupazione in Sardegna al 14,1%, mentre il tasso di occupazione è sceso al 49,4% e il tasso di attività al 57,6%. L’industria, da sola, ha perso 10 mila posti di lavoro negli ultimi dodici mesi. Anche agricoltura e pastorizia, con 60 mila piccole imprese e oltre 12 mila addetti dell’indotto e della trasformazione, è in stato di pre-agonia.

- ALCOA – La minacciata chiusura dello stabilimento sardo di Portovesme rischia di lasciare senza lavoro, comprese le ditte dell’indotto, circa 2.000 persone.

- VINYLS – A Porto Torres continua l’occupazione della torre aragonese. Il disimpegno dell’Eni continua a bloccare gli impianti Vinyls di tutto il comparto chimico sardo dove sono impiegati alcune migliaia di persone, compreso l’indotto.

- EQUIPOLYMERS – La trattativa condotta dal Gruppo Clivati in tandem con la thailandese Indorama per rilevare la fabbrica sarda di Pet di Ottana sembra vicina a una svolta, ma oltre ai 120 dipendenti diretti, in gioco ci sono altri 1.700 posti di lavoro dell’area industriale del Centro Sardegna.

Fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/02/05/visualizza_new.html_1681159287.html

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